Quel Sentiero diventato casa
Non so esattamente come iniziare questa lettera. Mi sarei aspettata di doverla scrivere al compimento dei miei diciott’anni, nel momento in cui avrei lasciato la comunità. Invece mi ritrovo a scriverla oggi, mentre è la comunità stessa a prepararsi a chiudere. Forse allora voglio iniziare raccontandovi cosa è stata per me.
La comunità è una casa. Ma è una casa diversa: una casa in cui si è in tanti, in cui ognuno porta qualcosa di sé, che sia bello o doloroso, giusto o sbagliato. È un posto in cui non esistono filtri. Un posto in cui puoi metterti a nudo e trovare persone capaci di custodire ciò che mostri senza giudicarti.
La comunità è fatta di persone che portano le proprie fragilità e che hanno il coraggio di guardarle in faccia e accettarle. È fatta di educatori che ogni giorno mettono passione, cuore e pazienza nel cercare di curare ferite che spesso sono state create da qualcun altro.
La comunità è gruppo, speranza, vita. Sono le serate passate a fare karaoke, le chiacchiere in sala fumatori sul più e sul meno, i pranzi e le cene tutti insieme, le vacanze trascorse fianco a fianco. Sono i momenti in cui abbiamo fatto squadra per giocare, ridere e scherzare, ma anche quelli in cui ci siamo lamentati di tutto e di tutti.
La comunità sono anche i piatti lanciati, gli arrosticini buttati fuori dalla finestra, le crisi che sembravano non finire mai. Momenti difficili che, proprio come quelli belli, fanno parte della nostra storia. Perché qui è uscito tutto quello che per anni ci siamo portati dentro, senza doverlo più nascondere.
La comunità è una famiglia.
E come dice Stitch, un personaggio che amo da sempre: “Questa è la mia famiglia. L’ho trovata per conto mio. È disastrata, ma è bella. Molto bella.” E soprattutto: “Famiglia significa che nessuno viene abbandonato o dimenticato.”
Perché qui chiunque sia passato è rimasto. Magari non fisicamente, ma nei corridoi, nelle stanze, nei ricordi e nelle storie che continuiamo a raccontare. Ogni persona ha lasciato qualcosa di sé.
E voi siete stati, e sarete per sempre, la mia famiglia.
Io non ho mai avuto davvero un’idea di famiglia. Ho sempre visto i miei genitori ferirsi a vicenda. Ho visto la mia famiglia spezzarsi. Litigi a Natale, compleanni non festeggiati per rancore. E io sempre lì, in mezzo a quel caos, a cercare di mediare, a cercare di aggiustare qualcosa che una bambina non avrebbe mai dovuto aggiustare.
Ho visto persone andarsene proprio quando avevo più bisogno di loro, solo perché stavo male e non ero la persona che volevano che fossi.
Fin da piccola il mio desiderio più grande è stato avere una famiglia che sapesse accudirmi, ascoltarmi, vedermi davvero.
Poi sono arrivata qui.
E senza neanche accorgermene, quel desiderio si è avverato.
Ho trovato persone che hanno avuto il coraggio di vedermi davvero. Non la ragazza che urlava. Non quella che si chiudeva nel silenzio. Non quella che sembrava arrabbiata con il mondo. Voi avete visto la bambina che c’era sotto tutto questo.
Avete visto una bambina che per anni aveva imparato a cavarsela da sola. Una bambina che cercava di essere forte quando non avrebbe dovuto esserlo. Una bambina che si ritrovava in mezzo ai problemi degli adulti, cercando di aggiustare cose troppo grandi per lei.
Avete visto una bambina che aveva bisogno di essere ascoltata, ma che aveva smesso di chiedere aiuto perché troppe volte si era sentita ignorata.
Una bambina che aveva paura di essere un peso. Che pensava di dover meritare l’amore. Che aveva imparato a nascondere il dolore perché credeva che mostrarlo non servisse a nulla.
Una bambina che guardava gli altri avere un posto sicuro dove tornare e si chiedeva come fosse sentirsi davvero a casa.
Una bambina che si sentiva sbagliata, che spesso si chiedeva cosa ci fosse di così brutto in lei da far allontanare le persone proprio quando aveva più bisogno che restassero.
Eppure voi siete riusciti a vederla.
Avete ascoltato i suoi pianti senza chiamarli capricci. Avete accolto la sua rabbia senza ridurla a un problema da risolvere. Avete capito che dietro a tanti comportamenti c’era solo una bambina che chiedeva di essere vista, capita e amata.
Per la prima volta nella mia vita qualcuno si è fermato abbastanza a lungo da guardare oltre quello che mostravo.
E quella bambina, poco alla volta, ha iniziato a fidarsi.
Ha capito che non doveva più combattere ogni battaglia da sola. Ha capito che poteva piangere senza vergognarsene. Ha capito che poteva appoggiarsi a qualcuno senza il terrore che prima o poi se ne andasse.
Credo che il dono più grande che mi avete fatto sia stato proprio questo: avete dato una casa a quella bambina.
L’avete accolta quando era spaventata. L’avete protetta quando si sentiva sola. L’avete abbracciata quando pensava di non meritare nessun abbraccio.
E forse è per questo che oggi riesco a guardarmi con occhi diversi.
Perché voi avete visto quella bambina molto prima che riuscissi a vederla io.
Siete stati lì nei miei silenzi, quando il mutismo selettivo mi portava lontano da tutti. Siete stati lì nelle mie esplosioni di rabbia, nei momenti in cui rompevo tutto. E siete stati lì anche nelle gioie, nei traguardi raggiunti e nei sorrisi ritrovati.
Siete stati lì nel mio percorso di crescita: il primo giorno di scuola, l’esame di terza media, la gita a Genova, la mia dimissione dalla neuropsichiatria, quando ho smesso di prendere i farmaci, il primo giorno delle superiori e tanti altri momenti che porterò sempre con me.
Mi avete guardata e avete creduto in me anche quando io non riuscivo a farlo.
Mi avete fatto sentire amata quando pensavo di non meritarlo.
Mi avete insegnato a vedere i miei traguardi, anche quando avevo paura di raggiungerli perché significava avvicinarmi all’idea di dover andare via.
Mi avete dato le ali per poter volare.
E per questo vi sarò grata per tutta la vita.
Senza di voi, io oggi non sarei qui.
E voglio dire un grazie speciale a chi ha avuto il coraggio di affrontare il mio muro.
Perché il mio muro non è mai stato completamente chiuso. Davanti a voi sembrava invalicabile, ma da qualche parte era aperto. E ci sono persone che l’hanno capito. Sono entrate in quel piccolo spiraglio, si sono sedute accanto a me, hanno ascoltato il mio dolore e mi hanno aiutata, giorno dopo giorno, ad abbatterlo.
Mi sono tatuata la data del mio ingresso in comunità: 16.08.2021
Non è soltanto una data.
Dentro quei numeri ci sono i vostri volti. Ci sono le persone che mi hanno teso una mano quando ero a terra. Chi mi ha tirata su. Chi mi ha asciugato le lacrime. Chi mi ha disinfettato le ferite. Chi è rimasto nonostante le urla. Chi mi ha portato un peperone crudo con il limone per strapparmi un sorriso dopo un lungo mutismo.
Ci sono gli sguardi di chi ha capito che stavo male anche quando cercavo di nasconderlo. Di chi veniva mandato via ma rimaneva dietro la porta aspettando che mi calmassi per poter parlare con me.
Ci sono le persone che hanno visto il dolore dietro la rabbia, la paura dietro il silenzio, la bambina dietro ogni mia difesa.
E soprattutto ci sono le persone che non hanno fatto sentire abbandonata quella bambina che voleva soltanto essere capita.
Grazie. Grazie per avermi vista. Grazie per aver creduto in me. Grazie per avermi insegnato che una famiglia può esistere davvero. Grazie perché il sogno più grande che avevo da bambina, senza nemmeno rendermene conto, qui si è realizzato.
Siete parte della mia storia, della persona che sono diventata e di quella che diventerò.
Quando questa comunità chiuderà, le stanze si svuoteranno, le luci si spegneranno e le porte si chiuderanno. Ma quello che avete costruito dentro di me resterà per sempre.
Perché una casa non è fatta di muri. Una casa sono le persone che ti insegnano che meriti di essere amata.
E voi siete stati questo. Siete la mia casa. Siete la mia famiglia. Siete la mia vita. E lo sarete per sempre.